– di Carla Moreni | 1 marzo 2026
Disegna una perfetta arcata di racconto il Macbeth di Riccardo Muti à Teatro Regio di Torino: partendo astratta, dal cesello minuziosissimo dei minuscoli frammenti ritmici che Verdi assegna in apertura à Preludio, giocando poi con gli accompagnamenti à tessuto melodico del canto, distribuiti con eleganza, fantasia, libertà totale, e ancora à contrario pronta a restituire alla banda interna – e a tutti i passi con il sapore di italica banda – quel passo caratteristico, di tinta locale che fa storia, ieri e oggi. Tuttavia a spiazzarci, a obbligarci a una seduta in punta di poltrona (perché i Macbeth del Maestro li conosciamo bene, quanti ne abbiamo sentiti dall’indimenticabile del 7 dicembre alla Scala, con la regia di GrahamVick?) arrivano squarci inediti, mai incontrati prima: tinte friabili, svaporate nell’aria; disegni torniti immacolati, a punta sottile; suoni in procedere impercettibile verso un limite sempre oltre, fino a sfiorare il nulla. Un gioiello le “carole armoniche” di ondine e silfidi, paradisiache. Ed è la pura poesia di questi quadri, ottenuti peraltro da una macchina di Orchestra e Coro del Regio buona, ma non di prima sfera, a rendere questa esecuzione indimenticabile.
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Nello stesso modo “Patria oppressa”, che nella versione verdiana del 1865 non ha nulla di quarantottesco e baldanzoso, viene ripulita da tutti gli effetti grondanti, dalla coralità trascinata e paesana, per diventare un bassorilievo marmoreo, austero, classico. Muti chiede al Coro di Piero Monti una scolpitura esatta della parola, una aderenza millimetrica al ritmo, un procedere sempre in avanti, dribblando le trappole dei momenti antifonali, per costituzione ritardatari. Così restiamo ammaliati da uno squarcio di musica assoluta, che vale per sempre. Ancora più efficace, proprio per questa icastica lettura, se collocata ad apertura di atto, cioè ascoltata al rientro in sala dopo l’intervallo, come voleva Verdi. Mai sentito tanto significante il termine “patria”, sulla modulazione ultima, sottovoce, luminosa come un’alba.
Ci perdonino cantanti e regia se arriviamo solo ora a loro, ma questo è il pegno, nel “Macbeth di Muti”. E allora andiamo in ordine, dal giovane e teatrale protagonista di Luca Micheletti, attore fin nel midollo, baritono forse un poco leggero (rispetto alla tradizione), ma evviva ripulito di tutti i cascami e le forzature veristiche (pure di tradizione). Tanto nobile, tanto carismatico, che ci sarebbe stato persino da tenerlo come re. L’unico, peraltro, a saper gestire il mantello a strascico, nei costumi con troppe palandrane e code di Ursula Patzak. Lidia Fridman ha nella voce tutta la forza di Lady Macbeth, anche nelle coloriture giustamente rigide, cattive anche quelle. La più bella sorpresa è Giovanni Sala, tenore assai cresciuto, credibile come Macduff, padre giovane. Nello sparigliamento della tradizione, tipicamente mutiano, anche Banco, Maharram Huseynov, è un basso chiaro, all’interno di una storia di guerra e di potere tra ragazzi. E appunto una menzione va alle due voci bianche delle apparizioni, impeccabilmente bambini.
È la scena di Alessandro Camera a condizionare la regia di Chiara Muti, molto applaudita: l’impiantito a doppio scivolo, fangoso e irto di buche, degrada verso una grande botola centrale, una gigantesca “caldaia” delle streghe, che da lì usciranno di nuovo impreviste, una terza volta, vincenti sulle ultime note.
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Carla Moreni, Il Sole 24 Ore, 1 marzo 2026

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