Riccardo Muti and the Chicago Symphony Orchestra

Humanism in Stars and Stripes

We used to study humanism in school and wouldn’t expect to find it in Chicago, sparkling capital of skyscrapers, under a sky gray with wind and rain, despite summer. That’s because deeply humanistic was the sound of the concert conducted by Riccardo Muti with his Chicago Symphony Orchestra: a full immersion in the Italian culture of the word becoming singing and viceversa. […] From an American group, famous for its shining aggression and squared volumes, we wouldn’t expect such an incredible second nature: elegant, narrative, created on polished details. In a flexible dialogue with the voices of soloists and choir and with a color palette from the most intimate, delicate pianissimo to full forte, harmoniously rich in organ resonance. […] Completely reinvented, Muti’s Rossini could be freely rediscovered, as it rested on virtuosity and full identification of a wonderful orchestra, capable of changing dress to turn to detailed lines, a soft singable execution, dialogue between instruments and voices. […] Unforgettable concert, so as the rehearsal the previous day, open to the city organizations for people in difficulties. In the audience – under close observation – some boys from the Illinois Youth Center Chicago (Juvenile Detention Center). Their yellow T-shirts, all the same, branded them. But drinking some chinotto together, in Maestro’s dressing room, melt a glimpse of serenity in the eyes of the young men listening to the conductor’s touching words: “Mozart had a difficult life, too” and “Music makes us better people”.

(Free translation from the original in Italian)
Carla Moreni, Il Sole 24 Ore, June 24, 2018

Umanesimo a stelle e strisce

L’umanesimo si studiava al liceo, non pensavamo di ritrovarlo a Chicago, nella sfavillante capitale dei grattacieli, sotto un cielo grigio di vento e pioggia, a dispetto dell’estate. Perché profondamente umanistico suonava il concerto diretto da Riccardo Muti con la sua Chicago Symphony Orchestra: totale immersione nella cultura italiana della parola che diventa canto, e viceversa. Dispiegata nell’ultimo appuntamento della stagione, per un pubblico attento ed entusiasta, che affollava in ogni ordine i 2500 posti della sala, seguendo un impaginato squisitamente nobile, riflessivo. Spirituale, nelle pagine rare di Mozart, Kyrie, e Cherubini, Chant sur la mort de Joseph Haydn, e concluso con uno Stabat Mater di Rossini aereo, lieve, sfaccettato, pieno di canto e dettagliatissimo sul latino. Eseguito così, il più bell’omaggio per i 150 anni dalla morte del compositore.
Da una compagine americana, famosa per la sfavillante aggressività e i volumi squadrati, non ci saremmo aspettati questa incredibile seconda natura, ricreata su particolari smerigliati, elegante, narrativa. In duttile dialogo con le voci di solisti e coro e con una tavolozza di colori dai pianissimo più intimi, delicati, fino a forti pieni, armonicamente ricchi, di sonorità organistiche. Oltre all’esecuzione, anche l’impaginato era appunto particolarmente prezioso, con pagine già eseguite da Muti tra Vienna e Parigi, mai alla Scala. Il Kyrie K341 è un gemma del catalogo mozartiano: pagina misteriosa, di incerti destinatari e datazione, a cui il direttore restituiva il carattere drammatico del re minore d’impianto, cinereo, fitto di cromatismi. Per finire però con la firma esatta dell’autore, nascosta nell’ammicco di una capriola, conclusiva, malandrina.
Cherubini, col neoclassico bassorilievo del Chant sur la mort de Joseph Haydn non era mai stato sui leggii della Chicago Symphony e in una ventina di minuti dimostrava la capacità di pensiero sintetico che nelle occasioni migliori gli italiani sanno sfoggiare: univa infatti la tradizione francese del “tombeau”, coi ricami di tre voci celestiali di soprano e due tenori, qui gli ottimi Krassimira Stoyanova, Dmitry Korchak e Enea Scala, a robusti disegni strumentali. Ora cameristici, come nel solenne quartetto per violoncelli divisi, ora in stile Haydn, omaggiato appunto per la vera scomparsa, nel 1809 (dopo il fake del 1805). Sempre comunque scoperti, di enorme difficoltà. Eseguiti da solisti e orchestra con purezza adamantina.
La grande attesa era ovviamente per Rossini e lo Stabat Mater rispondeva, nella seconda parte del concerto, totalmente rigenerato. Lontani da rossinismi e macchiettismi di maniera, i nove numeri del latino della Sequenza di Jacopone suonavano nella modernità di Chicago come una ventata di scuola vocale italiana: dove il canto dispiegava le più luminose seduzioni del canto romantico, ma sapeva poi fermare quelle ondate di affettuosa teatralità e recuperare le radici scabre del canto a cappella, catapultandoci dalle piacevolezze alla severità di liturgia.
Totalmente ripensato, il Rossini di Muti, qui veniva consegnato in libertà alla riscoperta, perché poggiante sul virtuosismo e la totale immedesimazione di un’orchestra favolosa. Capace appunto di cambiarsi abito: passando a linee dettagliate, cantabilità morbida, dialogo tra strumenti e voci. Che qui brillavano, a partire dalla solarità tenorile di Korchak, col re bemolle della puntatura facilissimo, scivolando nel cesello di Krassimira Stoyanova (l’anno prossimo canterà qui Aida) e di Ekaterina Gubanova, salde e raffinate, toccando infine con Eric Owens la corda brunita dello “spiritual”. Una delizia il Quartetto e l’Aria del giudizio, con trombe e tromboni (Jay Friedman, un mito, ha 82 anni). Ancor più i due numeri finali: il Coro a voci sole Quando corpus morietur, nel terso giardino di delizie di Paradisi gloria, e la doppia fuga sui sempiterna secula, fatti di un tempo futuro srotolato tra l’ammicco sornione di Rossini e lo sbalzo veloce di Muti, per tutte le entrate. Per volare, con la delicatezza e la ricca trama della polifonia barocca.
Indimenticabile concerto. Ma indimenticabile anche la prova speciale, il giorno prima, aperta alle realtà disagiate cittadine. In sala – guardati a vista – c’erano alcuni ragazzi del carcere minorile di Chicago. Le magliette gialle, tutte uguali, li marchiavano. Ma il chinotto bevuto insieme, nel camerino del Maestro, scioglieva un lampo di serenità nei loro sguardi. Tra parole semplici del direttore, dritte ai cuori: «Anche Mozart ha avuto una vita difficile» «La musica ci rende migliori».
All’appello dei nomi, per i saluti uno ad uno, l’ultimo, tratti italiani, viso da bambino, incredibilmente sussurrava: Angel.

 

Chicago Symphony Center
June 21 to 24

Chicago Symphony Orchestra
Riccardo Muti

Krassimira Stoyanova soprano
Ekaterina Gubanova mezzo-soprano
Dmitry Korchak tenor
Eric Owens bass-baritone
Chicago Symphony Chorus
Duain Wolfe chorus director 

Mozart Kyrie in D Minor
Cherubini Chant sur la mort de Joseph Haydn
Rossini Stabat mater

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Photo by Todd Rosenberg