Va’ pensiero sui Wiener dorati

– di Carla Moreni | 16 maggio 2021

Teatro alla Scala. I concerti della riapertura: Chailly alla guida dell’Orchestra scaligera e i Filarmonici di Vienna diretti da Muti e provenienti da Ravenna

A ognuno la sua tazza di tè: applausi per Riccardo Chailly, che con Orchestra e Coro ha riaperto al pubblico palchi e loggione della Scala, e applausi – più convinti – per Riccardo Muti, che con i Filarmonici di Vienna è tornato a Milano, festeggiando 5o anni con loro di collaborazione ininterrotta. A preludio della tappa milanese (e fiorentina) l’oasi di Ravenna, dove i 250 posti permessi dal distanziamento al Teatro Alighieri diventano 500, raggiungendo la Scala, grazie a una sagacissima partizione del programma. Ricominciare ad ascoltare insieme col suono dei Viennesi è un’imprudenza. Perché per un po’ le orecchie di tutti resteranno tarate su quella qualità di assieme: sulla morbidezza dei legati, sugli archi d’oro, e ancora sul gusto e sul piacere dell’essere orchestra. Macchina meravigliosa questi leggii: hanno ripreso l’assetto appaiati degli archi e senza mascherina, tranne a Milano dove è stata imposta. La qualità del motore si esalta nell’incontro col Maestro, entrato nella zona magica dove non c’è più nulla da giustificare e dimostrare. Dove anche il concerto è un tempo di creazione e invenzione. Dove il dialogo è continuo, in un gioco di sorprese, all’interno di una forma salda e inscalfibile. Noi fuori, spettatori: affacciati sul quel mondo in divenire. Diversi erano così i due Mendelssohn (Ouverture Meeresstille und gliickliche Fahrt) e gli altrettanti Kaiser-valzer di Strauss, replicati a Ravenna, a riprova che il vero musicista si annoia nella ripetizione, e soprattutto cerca, nel terreno fertile, dove far nascere primizie. Diversi, da Ravenna a Milano, anche i due cippi sinfonici, Quarta di Schumann e Seconda di Brahms. Nello scrigno, e con disposizione tradizionale in palcoscenico, due gemme smerigliate. Schumann in particolare, tanto sperimentale ed estremizzato, estraneo al registro medio. Ora tutto gentilezze e ornamenti, ora nell’abisso. Le sue tinte d’inferno uscivano ancor più graffiate alla Scala, dove l’orchestra siede ancora sulla piattaforma sopra la platea, non ideale per acustica, col suono verso il sipario. Anche il gesto di Muti è diverso: come a Ravenna mai visto. Quasi senza bacchetta (pur con la bacchetta) in continua estroversione e poesia. Alla Scala con tratti di maggiore controllo, per non lasciare soli i musicisti nella plancia insicura. Lui sempre col ruolo di guida ai comandi. Come si deve fare. Come usa sempre di meno (secondo la fola che il direttore deve lasciare liberi). Dopo Mendelssohn, in strisce accordai perfettamente intonate, e dopo uno Schumann quasi dimostrativo per la statuarietà dei fugati finali, coi corni nobili, da cavalieri antichi, ecco un Brahms struggente, pieno di canto ad ogni ansa della scrittura. Curioso dettaglio di cronaca, sia in provincia sia nella grande metropoli dopo il primo movimento scatta l’applauso. E non per ignoranza dei codici di ascolto, bensì come risposta spontanea a quel senso di arrivo, dove Muti ci porta per mano (mentre sornione lascia in attacco che gli strumenti vadano da soli). Stupende le arcate speciali del terzo movimento, da vera danza ungherese. E un Festklang esaltante il gioioso finale. Regalo alla Scala – “casa” la chiama il Maestro, ricordando Toscanini prima di un bis, Kaiser-valzer, da risentire tutto l’anno. Bis degli scaligeri è l’altrettanto immancabile Va’ pensiero, bandiera per il Coro che difende la tradizione, anche se non aiutato dallo schieramento a dama, profondo sul palcoscenico, e dalle mascherine. Chailly lo soccorre, dirigendo dando di spalle all’orchestra. Per l’impaginato della riapertura, confezionata in corsa, il programma misto va da Purcell a Richard Strauss, con la voce bella e potente di Lise Davidsen, e le Ouverture di Maestri cantori e Tannhiiuser. Verdi regge meglio la spazialità, in Wagner i fiati troppo lontani dagli archi pigolano e si perdono. L’impressione uscendo è che alla Scala sia davvero scoccata l’ora della ricostruzione, cioè delle idee. Basta scaramucce paravento. Torniamo a parlare di musica.

Carla Moreni, Il Sole 24 Ore, 16 maggio 2021

 


 

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