Riccardo Muti ha diretto la Chicago Symphony Orchestra
nella Nona Sinfonia di William H. Schuman,
che ricorda l’eccidio delle Fosse Ardeatine.

È una musica che esce da sé stessa diventando altro, monito, ricordo, simbolo. E si fa memoria. L’eccidio delle Fosse Ardeatine si trasfigura nella Sinfonia n.9 del compositore americano William H. Schuman. Un tributo alle vittime della strage nazista del 24 marzo 1944: 335 italiani trucidati «valevano», per Hitler e i suoi sicari, 32 soldati tedeschi uccisi dai partigiani in via Rasella. «Fu un atto di terrorismo da parte dei nazisti, non un’azione militare», dice Riccardo Muti al termine di un concerto sigillato nella standing ovation del pubblico. Si tratta di un brano che aveva smarrito la via, dopo la prima del 1969 a Philadelphia con Ormandy.
Per irrobustire un fatto misconosciuto in Usa, questo debutto assoluto nel MidWest, con la Chicago Symphony Orchestra (CSO), si accompagna a incontri e a una mostra che racconta quell’evento. L’Italia stavolta c’è: l’ambasciatore, il console, l’Istituto italiano di cultura e soprattutto una lettera di Sergio Mattarella, che loda l’iniziativa, nel 759 anniversario dell’eccidio. Il presidente della Repubblica centra, forse d’istinto, gli umori della Sinfonia: «Si tratta di una scelta evocativa e carica di significato». Infatti nella non spiegabile ricorrenza del numero 9 per una Sinfonia (Beethoven, Schubert, Bruckner, Dvorak, Mahler…), Schuman non racconta realisticamente in musica la rappresaglia, ma, appunto, la evoca, affidandosi al mero svelamento dell’emozione, dove le note restituiscono un’«idea» di paura, solitudine, violenza, terrore. E una serata anomala nella sua purezza, distesa sull’emozione nuda, e sembra diventare musica anche la foto ricordo di Muti con i reduci del Vietnam non vedenti, composti e pieni di dignità; e dà emozione anche la presenza della comunità afroamericana, che l’élite bianca confina fuori dall’ambito classico.
Nel ’67 era in visita a Roma, Schuman (premio Pulitzer, artefice della Julliard School…), quando si recò al Mausoleo delle Fosse Ardeatine perché gli avevano detto della sua straordinaria architettura. Dentro la cava si impadronì della storia di quei 355 cadaveri, d’ogni età e ceto, e decise di comporre la Sinfonia: «La ragione non è musicale ma filosofica. Ognuno deve confrontarsi col passato per costruire un futuro». È una musica «d’effetto» che si deposita dentro di noi, al di là dell’istante in cui vive e si consuma. Muti entra in un paesaggio sonoro drammatico e immaginifico, tracciato da un grande organico, campane, xilofono, grancassa, tamburi, quattro trombe, «con un inizio e una fine lenti, quasi esasperanti, come un’attesa di qualcosa di terrificante che è la parte centrale, tumultuosa, di estrema difficoltà ritmica. Un senso di morte interrompe quel cammino lugubre. E si precipita in un fortissimo, come un grido lacerante dell’umanità».
Alla prova generale la CSO ha suonato per tre volte di seguito la Sinfonia, che Muti ha unito al Requiem di Mozart: un viaggio musicale nel ricordo e nell’espressione del dolore. Nel 2022, quando Muti lascerà la CSO, saranno 34 i suoi anni americani, tra Philadelphia e Chicago; l’altro polo più longevo è Vienna, 49 anni consecutivi. «I Wiener sono un tesoro nazionale, in America invece trovi grandi cattedrali che raggiungono vette di qualità straordinarie, ma la società non capisce l’importanza di questi musicisti, la responsabilità, l’idea della missione, e non vengono vissute come in Austria». Muti viene con la CSO da una tournée di 22 giorni tra Cina, Giappone e Taiwan: «Il segreto è dare la tua idea del suono rispettando la personalità dell’orchestra». Il 4o percento sono donne e il 20 percento asiatici: «Si stanno occidentalizzando senza avere perso le loro radici». E le sue radici future? «Non accetterò altre direzioni musicali, ridurrò un po’ l’attività dedicandomi all’insegnamento, continuerò a lavorare con le poche orchestre che prediligo. Qualche opera la farò, ma preferisco in forma di concerto, non ho può voglia di perdere tempo a convincere un regista, com’è successo nel Don Pasquale, che “mi volete fiera” non significa bestia feroce. La vita è troppo breve. Se ho un rimpianto per un’opera mai diretta? Tristano e Isotta».
E l’Italia? «Sono orgoglioso di esserlo, ma la parola cultura, che prima era stata abusata perdendo di significato, è quasi sparita. C`è una corsa al godimento immediato. La lettera di Mattarella è un segnale che dovrebbe essere accolto da chi la politica la fa tutti i giorni». Con queste parole si esce nel gelo di Chicago.

Valerio Cappelli, Corriere della Sera, 23 Febbraio 2019

 

 


 

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